Agenda Pdl, tra lotta per le investiture di governo e sfarinamento interno

Alla fine è toccato ancora a lui alzare le mani davanti al plotone dei montiani, forse illudendosi di salvare così il Pdl. Con il partito sospeso tra diaspora e implosione, Silvio Berlusconi è sceso in campo per serrare i ranghi. Lo ha fatto con quella intervista domenicale al Corriere della Sera che segna anche una “svolta lessicale” all’interno del Pdl. Leggi Le mosse di Bersani e Renzi per non invecchiare (o morire) montiani
8 AGO 20
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Alla fine è toccato ancora a lui alzare le mani davanti al plotone dei montiani, forse illudendosi di salvare così il Pdl. Con il partito sospeso tra diaspora e implosione, Silvio Berlusconi è sceso in campo per serrare i ranghi. Lo ha fatto con quella intervista domenicale al Corriere della Sera che segna anche una “svolta lessicale” all’interno del Pdl. Finita l’era del “dottore” o del “presidente”, il Cavaliere è ormai diventato, nelle parole di molti dei suoi parlamentari più o meno interessati, lo “statista”, il “padre nobile”.
E come tale deve assecondare i malumori, fare sintesi e dettare la linea. “Il suo obiettivo – spiega un berlusconiano di ferro – è quello di portare Angelino Alfano a vincere le elezioni del 2013. Sarebbe la sua consacrazione. Così ha deciso di vestire i panni della ‘colomba’”.
Il Cavaliere ha deciso di richiamare tutti all’ordine spiegando due semplici concetti: Monti durerà fino al 2013 e Alfano è il candidato che vincerà la primarie per la premiership. Ergo, basta con il “fuoco amico” e tutti al lavoro per sostenerlo. Messaggio ripetuto con forza anche ieri sulle pagine del Mattinale, l’house organ che viene redatto quotidianamente a Palazzo Grazioli e inviato ai vertici del partito: “Dobbiamo contenere le pulsioni interne e indirizzarle verso un solo e martellante obiettivo: vincere le prossime elezioni”. E ancora: “Non è stato un caso quell’applauso entusiastico, convinto e unitario che ha salutato pochi mesi fa al consiglio nazionale il nuovo giovane segretario del partito, l’uomo in cui tutti hanno identificato il futuro”.
Parole che, almeno superficialmente, sembrano aver rallentato la disgregazione del Pdl. Così negli ex An è tornato il sereno tra il montiano di stretta osservanza Gianni Alemanno e la coppia Ignazio La Russa-Maurizio Gasparri (“finalmente – commentano soddisfatti gli uomini vicini al sindaco di Roma – anche loro dicono cose che andiamo ripetendo da mesi”). Mentre nell’anima forzista si ostenta grande unità.
La questione, tuttavia, è soltanto avvolta nella nebbia della dissimulazione. Tutta da decifrare, ad esempio, la partita che intende giocare l’ex ministro della Gioventù Giorgia Meloni, così come le posizioni di Maurizio Sacconi, Renato Brunetta, Daniela Santanchè e Saverio Romano. Qualcuno rispolvera già la vecchia lotta tra i 40-50enni che stanno “alzando la testa” e i “vecchi” che vorrebbero tagliargliela. E giura che, visto il ricambio generazionale avviato, nel giro di un paio di settimane Fabrizio Cicchitto (che pure si è schierato con Alfano), potrebbe essere costretto a lasciare il posto di capogruppo alla Camera. Sorvegliato a vista resta Claudio Scajola. “Ha dato il suo appoggio ad Angelino – confessa un deputato Pdl – ma si sta agitando perché vuole assolutamente ritagliarsi un ruolo da protagonista”.
In ogni caso la “tregua” dovrebbe reggere. Anche perché c’è un appuntamento cui tutti guardano con interesse: l’apertura della stagione congressuale. A Via dell’Umiltà si stanno controllando i dati del milione e 200 mila iscritti, l’operazione dovrebbe terminare per la fine di novembre. Poi si comincerà con i congressi provinciali e comunali. Ed è lì che ognuno dovrà scegliere con chi e contro chi stare.
All’ombra di questa situazione in cui, per usare le parole di un fedelissimo del Cav., “tutto può accadere”, si gioca un’altra partita: quella dei sottosegretari del nuovo governo. Monti ha fatto sapere che si occuperà personalmente della trattativa. Un modo come un altro per prendere tempo in attesa che i partiti trovino un accordo. Il timore è sempre lo stesso: senza un sostegno politico l’esecutivo potrebbe non reggere alla prova del Parlamento. Sia il Pd sia il Pdl, però, viste le difficoltà interne, hanno già deciso di indicare solo personalità “tecniche”. Tra queste potrebbero esserci degli ex parlamentari, tanto che sia nel partito del Cavaliere sia in quello di Bersani il curriculum che viene fatto girare come esempio è quello di Francesco D’Onofrio, nome che sarebbe già stato indicato da Pier Ferdinando Casini.